1) Da dove si parte
Arimo oggi potrebbe diventare una parola speciale. Un tempo veniva usata quando il gioco dei ragazzi si faceva troppo difficile per qualcuno. Ad esempio, quando ci si faceva il solletico o quando tutti erano contro di te e ti rincorrevano per fermarti e buttarti a terra, qualcuno poteva dire “arimo” ed il gioco si fermava. Tutti si fermavano, si respirava, ci si rimetteva a posto e poi, quando l’arimo era finito, si ricominciava al grido “fuori arimo” o “arimortis”.
Oggi, parlando quotidianamente con bambini, ragazzi e adulti delle fatiche nell’adattarsi a questo mondo, noto una narrazione comune: una dicotomia tra la richiesta di performance perfetta e il non essere. “O sono perfetto, riconosciuto e ammirato da tutti... o non esisto!”.
Le richieste della società sembrano non lasciare scampo. O si partecipa e si vince, oppure non c’è posto per noi nei giochi sociali: la scuola, le relazioni amicali, i social, i rapporti affettivi, i gruppi di lavoro. Se non lasciamo un segno nello sguardo degli altri, il senso di inutilità percepito diventa devastante.
Non sembra esserci più spazio per fermarsi un attimo, respirare, sentirsi e ascoltare l’altro. L’insegnamento che traggo ogni giorno è che il primato della performance sta diventando l’humus ambientale con cui dobbiamo fare i conti, adulti e piccoli.
Ecco la necessità di un “Tempo dell’Arimo”: fermarsi, respirare, sentirsi e sentire l’altro senza essere esclusi dai giochi della vita. Questo è uno degli scopi dell’associazione: proporre esperienze che facciano riflettere sull'importanza dell’ascolto di sé e del mondo.
Ascoltare se stessi, comprendere l’altro, osservare criticamente il mondo senza essere travolti dalla visione comune del giusto e dello sbagliato: questi saranno i punti di partenza di ogni possibile progetto.